Sì, un vero peccato..😕
Sì, un vero peccato..😕
what we do in the shadows stagione 6 (2024)
Dispiace. Dispiace che abbiamo dovuto aspettare quasi due anni per vedere la stagione finale di What We Do in the Shadows e dispiace, soprattutto, che questa serie sia finita. La sensazione, anche dopo gli undici episodi che la concludono, è che quest’avventura vampiresca in bilico tra horror, commedia e mockumentary avesse ancora qualcosa da dire è fortissima. Perché lo sgangherato gruppo di vampiri e il loro (ex) famiglio Guillermo, fino all’ultimo, non ha perso un filo del folle smalto che lo ha sempre contraddistinto. Battute sopra le righe, situazioni assurde, metanarrazione, per un racconto capace di deformare gli stilemi horror, ridicolizzarli e renderli tremendamente divertenti.
Una serie abile a far ridere di gusto nei modi più disparati e un gruppo di autori ormai in grado di tirar fuori il meglio dai suoi personaggi. Era però chiaro che forse, più di così, non si potesse far evolvere la storia e in una serialità dove l’evoluzione e il cambiamento sono alla base del racconto, avere degli esseri eterni e immutabili come protagonisti sarebbe stato fonte di problemi. E proprio su questi concetti si è giocato molto nel corso di quest’ultima stagione, tra cose che finiscono, altre che non cambiano mai e schemi che si ripetono, sempre uguali, da secoli.
E per rifuggire da questa ripetitività What We Do in the Shadows chiude il cerchio a modo suo, con una stagione uguale a tutte le altre e un finale gargantuesco, traboccante di spunti e idee, capace di contenere al suo interno quattro, cinque, dieci finali diversi, regalando una conclusione perfetta, che ironizza su se stessa e si prende gioco con goliardia dello spettatore. Mancherà questa serie, mancherà tanto, perché ci lascia una delle comedy più divertenti e riuscite degli ultimi anni, ma non possiamo che essere soddisfatti per una qualità e un divertimento che, in sei anni, non sono mai venuti meno.
Il finale di una delle comedy più riuscite degli ultimi anni. Dispiace non abbia avuto il seguito che meritava, perché What We Do in the Shadows era davvero una grande serie tv.
#SerieTV #Streaming #RecensioniFuoriTempo
quartieri lontani Jiro Taniguchi coconino (2025)
Non è un caso se Jiro Taniguchi è stato amato molto più in Europa che in patria: il suo è il perfetto punto d’incontro tra una sensibilità tutta giapponese di luoghi e tematiche e una messa in scena e un modo di raccontare queste tematiche molto occidentale. Quartieri Lontani parte da uno dei punti di partenza narrativi più classici: un uomo di mezza età si ritrova catapultato indietro nel tempo nel corpo di se stesso da adolescente, in un periodo per lui molto delicato, coinciso con la sparizione dal padre.
Con la consapevolezza di una mente adulta riuscirà a cambiare la sua vita e a evitare gli errori? Ne uscirà migliore? Domande che hanno una risposta abbastanza scontata e un insegnamento del tutto prevedibile: dagli errori del passato non si può scappare ma si possono utilizzare per migliorare il proprio presente e diventare persone migliori. Il racconto si sviluppa su 400 pagine e in vari capitoli, disegnato con rigore e grande cura nel dettaglio e narrato con una delicatezza e una linearità invidiabili: un’opera matura e semplice, che lascia parlare i disegni quanto i personaggi con dialoghi pensieri e riflessioni.
A colpire è il modo in cui viene rappresentato il Giappone degli anni ’60, con le sue tradizioni così famigliari, la sua compostezza, i suoi paesaggi incredibili e la natura incontaminata: i luoghi diventano veri e vivi protagonisti della storia, indimenticabili e di rara bellezza. Una storia toccante e malinconica, che lascia il segno e ci invita a riflettere e migliorare: interessanti gli approfondimenti dell’edizione 2025 di Coconino.
Quartieri Lontani è un fumetto che parte da uno spunto piuttosto classico, ma ha una delicatezza nel trattare i personaggi e un modo di raccontare il Giappone davvero riusciti.
#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo
apocalypse now francis ford coppola (1979)
Lo capiamo sin dalle prime immagini, con la crisi esistenziale del capitano Willard sovrapposta alle immagini di guerra, le pale di un ventilatore che diventano quelle di un elicottero e The End dei Doors a fare da colonna sonora: quello costruito da Francis Ford Coppola non è il classico film sul Vietnam, ma un viaggio allucinogeno e allucinante molto, molto vicino a un terribile e spaventoso trip lisergico. Apocalypse Now è un viaggio “on the boat” tra gli orrori del Vietnam occupato dagli Stati Uniti, con il protagonista chiamato ad attraversare il paese via fiume per trovare il colonnello Kurtz, alto rango dell’esercito apparentemente impazzito, macchiatosi di terribili crimini e a capo di una comunità di fanatici con regole tutte sue.
Come spesso capita in questi casi il viaggio sarà molto più importante della destinazione e occuperà quasi tutto il film: Willard, in crisi dopo lunghi e logoranti anni di guerra, finirà per essere ossessionato e affascinato dal tenebroso Kurtz e, accompagnato da uno strano quanto peculiare manipolo di uomini, entrerà in contatto con personaggi e luoghi fuori dalle righe e da qualsiasi parvenza di normalità. Nel Vietnam di Coppola la violenza e il conflitto hanno portato tutti a impazzire, a vivere costantemente sotto l’effetto di una droga potentissima e invisibile, che ti cambia sia dentro che fuori, logorandoti fino a distruggerti.
Il regista ha gioco facile nell’abbinare tutto questo ad una ricostruzione maniacalmente precisa di ogni aspetto del conflitto: Apocalypse Now ha alcune delle scene di guerra più incredibili e spettacolari della storia. Ma sarebbero momenti estetici fini a se stessi senza quel sottotesto che sottolinea, ad ogni passaggio, l’insensatezza di ogni conflitto e di tutto ciò che di terribile vi gravita attorno.
Il risultato della passione e delle ambizioni di Coppola in un film incredibile, tra i più iconici e indimenticabili della storia. Apocalypse Now non ha bisogno di troppe presentazioni.
#Cinema #CineSky #FilmFuoriTempo #RecensioniFuoriTempo
die my love Lynne Ramsay (2025)
Il punto di partenza è certamente quello di una coppia giovane ed energica, della loro nuova vita insieme e del modo in cui viene lentamente sconvolta e logorata dall’arrivo del loro primo figlio. Ma quello che Die My Love fa veramente è metterci faccia a faccia con i turbamenti materni della Grace di Jennifer Lawrence, qui in una delle interpretazioni più intense e riuscite della sua carriera. Il film abbatte molto presto i confini della mente della protagonista, facendo riversare nella realtà i suoi incubi e le sue paure. Visioni, incubi e vividi sogni a occhi aperti tentano di spiegarci i turbamenti, le paure e i drammi che la maternità porta con sé.
Quello di Lynne Ramsay è un film coraggioso, perché prova a mostrare l’altra faccia della medaglia, quella dove l’arrivo di un neonato non è solo gioia e felicità, ma anche paura, ansia e tristezza, sentimenti talmente forti da risultare quasi incomprensibili. Grace è in balia di se stessa, nessuno riesce davvero a fare qualcosa per lei, ad aiutarla e, anzi, tutti, marito compreso, non fanno altro che peggiorare la situazione.
Scene forti, momenti di acceso dramma e un finale dal forte valore simbolico rendono Die My Love un film di gran classe, sia nella cura della fotografia che nel modo in cui vengono valorizzati gli ambienti interni e i bellissimi paesaggi esterni. C’è un po’ di confusione di fondo ma certi sentimenti inspiegabili e insondabili non possono davvero essere spiegati, ma solo mostrati tramite le dimensioni dell’incubo e dell’inconscio, le uniche dove le nostre paure più nascoste vengono fuori.
Il lato oscuro della maternità in un film che ci regala una Jennifer Lawrence davvero pazzesca. Die My Love merita una visione: lo trovate su Mubi.
#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo
stranger things stagione 5 (2025)
Diciamolo subito, a scanso di equivoci: quello di Stranger Things è un finale compiuto, che chiude degnamente le vicende di tutti i protagonisti e che riesce a regalare le giuste emozioni e soddisfazioni. Gli ultimi 50 minuti dell’ultimo episodio sono la cosa migliore della quinta stagione, per il modo in cui riescono a chiudere il cerchio con efficacia, trasporto emotivo e buoni spunti realizzativi, andando a toccare quel cuore e quelle sensazioni “semplici” che la serie era riuscita a innescare sin dal suo esordio. Il problema è tutto ciò che ha preceduto quegli ultimi 50 minuti: nel corso degli anni Stranger Things è diventata qualcosa di molto diverso, si è ingrandita a dismisura, provando a trascendere i suoi limiti ma senza mai riusciti a pieno.
Questa quinta stagione alza ulteriormente il tiro, mettendo il solito gruppo di ragazzini un po’ troppo cresciuti nel bel mezzo di enormi operazioni militari, dimensioni e mondi paralleli che si intrecciano, wormhole, fisica quantistica, diversi piani di esistenza e una complicatissima resa dei conti con il temibile e indistruttibile Vecna. Quel senso di mistero e meraviglia molto “casalingo” si è perso totalmente, con il gruppo che si ritrova costantemente a portare avanti missioni complicatissime che alzano un po’ troppo la soglia di sospensione dell’incredulità fino a una battaglia finale in cui, senza nessun freno, tutto viene sacrificato sull’altare dello spettacolo e del colpo di scena a tutti i costi. Ma i Duffer non sono Nolan, Stranger Things non è Inception o Interstellar e le forzature si sprecano.
Anche il numero di episodi e la loro durata complessiva non hanno aiutato, con la sensazione che i tempi siano stati dilatati un po’ troppo, alla luce di schemi narrativi sempre uguali: c’è un problema da risolvere, si dà vita a un piano impossibile, si va in missione, si risolve il problema e ci si prepara ad affrontare quello successivo, il tutto inframezzato da parentesi emotive francamente troppo lunghe e tediose in cui i personaggi parlano a cuore aperto tra loro di emotività e sentimenti. Ripetete tutto questo anche più volte nel corso dei vari episodi, immaginate ogni scena un po’ più lunga del normale e avrete ben chiaro cosa non ha funzionato in questa stagione finale. Ed è un peccato perché il cuore e le belle idee ci sono state sino alla fine, ma applicate a una serie diventata molto più grande di ciò che voleva a poteva essere.
Ed eccoci qui a parlare del finale più discusso dell'anno, quello di Stranger Things. Eh si, non tutto ha funzionato alla perfezione purtroppo.
#SerieTV #Streaming #RecensioniFuoriTempo
tutto quello che resta emily carroll tunué (2025)
Tra horror e fiaba gotica, Emily Carroll ci racconta una storia al femminile immersa a piene mani nella contemporaneità, capace come poche di inquietare grazie a un finale a tensione crescente sospeso e carico di dubbi. La base di partenza è un bianco e nero che ci racconta la storia di una donna e del suo matrimonio con un uomo rimasto vedovo e sua figlia; il colore si innesta lentamente nella storia, andando a presentarci la dimensione del sogno e dei pensieri più profondi della protagonista Abby; vere e proprie esplosioni di pregevolissima arte pittorica si faranno strada nella storia, esplicitando un incubo ad occhi aperti che diverrà ancora più potente quando il fantasma della prima moglie del nuovo marito di Abby farà capolino nella sua vita.
I paesaggi incontaminati del laghi canadesi, tra case isolate e immerse nella natura, boschi e oscure distese d’acqua diverranno il teatro di apparizioni tanto affascinanti quanto spaventose, instillando dubbi via via sempre più forti e rumorosi. Cosa è successo alla donna morta? La verità è davvero così semplice come sembra? Tutto quello che resta ha il merito di immergerci nella vicenda tramite il punto di vista della protagonista, di farci vivere in prima persona i suoi sogni e le sue visioni. Le sue paure diventano anche le nostre in un corto circuito in cui anche il lettore finisce per non capire mai davvero cosa sta succedendo.
Il ritmo aumenta vertiginosamente pagina dopo pagina, in un crescendo di tensione da grande horror d’autore che culmina in un cliffhanger che tronca tutto a metà, non risolvendo nulla e lasciando a noi il compito di interpretare ciò che abbiamo visto. Qual è la realtà? Cosa abbiamo visto davvero? Domande senza risposta in un’opera di alto profilo sotto tutti i punti di vista.
Tutto quello che resta è un fumetto horror davvero riuscito: il racconto di una donna e di una nuova vita tra violenza e fantasmi. Ma quello di Emily Carroll è un racconto capace di regalare delle grandi sorprese.
#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo
poinpy (2022)
In Poinpy dovete fare solo una cosa: arrivare più in alto possibile superando gli ostacoli e le piattaforme che vi si pareranno davanti. Lo farete con un semplice movimento del dito, utile per decidere la traiettoria migliore e la forza del vostro salto; dovrete giocare molto con il rimbalzo sulle pareti, ma anche con lo schianto sui nemici che troverete nel vostro cammino; dovrete toccare terra il meno possibile o comunque farlo solo dopo aver raggiunto specifici obiettivi, utili per non far si che la partita finisca e dobbiate ricominciare nuovamente da capo.
Moppin (al secolo Ojiro Fumoto) ha dato vita a un gioco dalla formula semplice ma tremendamente efficace: partite rapide, brevi, concise, gameplay accessibile in poche semplici mosse, scenario dei livelli che cambia in modo procedurale, curva di difficoltà crescente ma non impossibile e potenziamenti che renderanno più semplice l’avventura man mano che diventerete più bravi. Il gioco crescerà con voi dando vita a un loop che vi spingerà a provare e riprovare, senza stancarvi mai.
Poinpy non dura tanto ma vi terrà incollati allo schermo sino alla fine, alla ricerca della serie di salti più lunga e di una soddisfazione che non finisce mai. I suoi colori, la sua velocità e il modo in cui ogni partita è sempre diversa e imprevedibile lo rendono uno dei giochi mobile più efficaci che mi sia capitato di provare. Perché la dimensione perfetta di Poinpy è la semplicità e il modo in cui si adatta allo schermo verticale del nostro smartphone e ai gesti che tutti i giorni facciamo quotidianamente con il nostro touchscreen. Lo amerete.
Anche i giochi mobile, ogni tanto, riescono a regalare qualche soddisfazione. Poinpy è semplice, divertente e piacevole da giocare, perfetto per i controlli touch e lo schermo di uno smartphone.
#VideoGames #RecensioniFuoriTempo
i giorni del cielo Terrence Malick (1978)
Il Texas di inizio ‘900 prende forma in questo affascinante film di Terrence Malick, l’ultimo dopo una paura che lo avrebbe tenuto lontano dalla regia per 20 anni. I Giorni del Cielo fu un film dalla lavorazione piuttosto travagliata, dove il famoso perfezionismo maniacale del regista statunitense raggiunse il suo apice: litigi con troupe e attori, scene girate decine di volte e la pretesa di girare solo in determinate ore del giorno per avere sempre la luce “giusta”. E in effetti la bellezza degli scorci naturalistici e dei paesaggi di questo film rasenta la perfezione assoluta: tramonti e albe brillano di immensa luce naturale, cielo e terra che si incontrano in un orizzonte lontano e infinito, enormi distese di grano, stagioni che cambiano, animali.
Un ordine naturale sconvolto dalla presenza dell’uomo e dai suoi cicli, con la semina e il raccolto a scandire l’incedere delle stagioni: in questo “cerchio della vita”, un’adolescente racconta la storia di sua sorella e del suo amato, della loro fuga da Chicago e del loro approdo nel Texas rurale, a fare da braccianti per un ricco contadino in punto di morte; innamorato della nuova arrivata, deciderà di sposarla, innescando una catena di bugie, segreti, gelosie e amore.
Accompagnata dalle misteriose a affascinanti note di Ennio Morricone, I Giorni del Cielo è un dramma che racconta di innocenza e di perdita, portato avanti con naturalezza: nessun picco emotivo, ma la sensazione, incredibile e rarissima nel cinema americano, che la storia vada sempre, esattamente, come deve andare. Un po’ come la natura, così bella ma anche così tremendamente inarrestabile.
Il film che ha consacrato Terrence Malick e lo ha trasformato in un mito. Dopo, per 20 anni, sarebbe completamente sparito dalle scene, entrando ancora di più nella leggenda.
#Cinema #CineSky #FilmFuoriTempo #RecensioniFuoriTempo
blink twice zoe kravitz (2024)
Il solco battuto è quello di Jordan Peele e del suo celeberrimo Get Out: una situazione apparentemente idilliaca rivela lentamente la sua vera natura trasformando un “sogno” in un “incubo” terrificante. Blink Twice racconta di una cameriera e della sua inspiegabile ossessione per un magnate dell’high tech: i suoi sogni sembreranno avverarsi quando sarà proprio lui a invitarla nella sua isola immersa nella natura insieme ad un piccolo gruppo di donne e uomini; alcool, droghe, buon cibo e divertimento lasceranno presto posto a inquietanti segnali, amnesie inspiegabili e strane sparizioni. A differenza della pellicola di Peele, Zoe Kravitz decide di badare molto più al sodo, senza andare troppo per il sottile: il film, un po’ ingenuamente, si racconta subito a carte scoperte; comprendiamo sin dai primi minuti la natura sinistra del protagonista maschile e capiamo subito che tutto ciò che succede è sbagliato.
La storia perde così parte del suo appeal ma l’ottima regia, la fotografia luminosa e allucinata, l’attenzione ai dettagli e le ottime interpretazioni di tutto il cast eclissano ciò che non va e conducono il film al suo nucleo fondante. Dopo una prima parte molto prevedibile, Blink Twice si arma di coraggio, tira giù ogni freno e punta dritto al cuore tematico della sua storia: si parla di violenza di genere con arguzia e sagacia, mettendosi finalmente dalla parte delle donne e permettendoci di vivere, insieme a loro, le conseguenze emotive e psicologiche della violenza maschile.
La metafora non va per il sottile ma è riuscitissima, così come il senso di catarsi e vendetta che ne scaturisce, che culmina in un’esplosione di violenza finale salvifica e purificatrice. Kravitz dirige il tutto con il timone sempre saldamente in mano, brava a mescolare bene le tonalità chiaro-scure di cui è fatta la sua storia che riesce essere allo stesso tempo divertente, grottesca, inquietante, spaventosa e incredibilmente soddisfacente.
Visto con gli occhi di oggi Blink Twice è un film che fa ancora più paura per il modo in cui racconta gli abusi dei potenti e le loro perversioni. Zoe Kravitz non le manda a dire sicuramente.
#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo
futurama stagione 10 (2025)
Se in dieci episodi quelli davvero interessanti sono solo una manciata allora, purtroppo, abbiamo un problema. Futurama si è sempre contraddistinta per il grande smalto, la creatività e le ambizioni, ma anche per la comicità e il modo in cui riusciva a parlare del nostro presente pur essendo ambientata nel 3000. Quegli elementi ci sono ancora tutti, ma sono gettati con forza nell’equazione e solo “perché devono esserci”. Il futuro della serie diventa così solo una versione alternativa del nostro presente, senza alcun estro o originalità: i personaggi risultano tutti sacrificati, mai protagonisti delle loro storie ma solo comparse in un susseguirsi di suggestioni che funzionano prese singolarmente ma nell’insieme creano solo una certa confusione e puntate con tanti spunti ma senza mai un vero focus.
Questo ennesimo revival di Futurama subisce troppo l’influenza dello sceneggiatore di turno: sembra manchi una direzione generale, una guida capace di dare alla serie una direzione. E non è un caso se gli episodi più riusciti danno la sgradevole sensazione di poter funzionare in qualsiasi altra serie animata e con qualsiasi personaggio: non una bella cosa per una serie che ha sempre tratto molta della sua forza da protagonisti e ambientazione.
Siamo davvero arrivati al punto di non ritorno? Futurama non ha davvero più nulla da dire? Forse no, ma questo ritorno continua ad essere parecchio sotto le aspettative. Basta guardare le prime stagioni per capire cos’era Futurama e cosa può ancora dare al pubblico: speriamo se ne accorga anche la produzione.
Dispiace dirlo, ma questo (ennesimo) revival di Futurama non sta andando come sperato. Oltre ad essere passato piuttosto in sordina sembra troppo altalenante per riuscire a lasciare davvero il segno. Ed è un grande peccato.
#SerieTV #Animazione #RecensioniFuoriTempo
i nostri mondi perduti Marion Montaigne bao publishing (2025)
Una scoperta sorprendente, e perdonate in anticipo lo scontato gioco di parole con l’argomento che sta alla base di questo fumetto. I nostri mondi perduti è l’opera di una fumettista francese famosissima in patria per essere una divulgatrice scientifica: il suo è il racconto della nascita e dello sviluppo della paleontologia, quella scienza che tramite i fossili ha aperto una breccia importante sulla nostra storia, svelandoci avvenimenti e cose che oggi diamo per scontate ma che tanti secoli fa non lo erano per nulla.
Si tratta di un lavoro mastodontico e ricchissimo, curato in ogni dettaglio, che sia un nome, una data, un avvenimento importante: ci vengono mostrate le prime scoperte, le prime rivelazioni, le reticenze del mondo accademico e religioso ma anche il modo in cui gli artisti e i disegnatori hanno contribuito, insieme agli scienziati, alla nascita di un nuovo paradigma nel nostro modo di guardare la Terra e il suo passato. Ma questo fumetto, oltre che mostrarci la verità inconfessabile sui dinosauri e a presentarci con rigore scientifico un periodo di grandi scoperte e grandi cambiamenti, è anche tremendamente divertente e coinvolgente.
L’autrice si inserisce nella storia, ci offre il suo punto di vista e condisce il tutto con un umorismo tagliente e scanzonato, che porta alla luce i problemi e le difficoltà del periodo, tra donne per nulla considerate e fervori religiosi galoppanti. Si finisce per ridere di gusto ma anche per comprendere e capire parte della nostra storia e della nostra percezione del mondo, il tutto accompagnato da uno stile caricaturale e da una ricchezza di colori che deformano la realtà ma la arricchiscono di dettagli e momenti indimenticabili.
Ma quanto ci piacciono i dinosauri? Tantissimo. E questo libro, con rigore scientifico e attendibilità storica, ci racconta tutto ciò che non sappiamo sulla loro "scoperta". Illuminante.
#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo
eraserhead david lynch (1977)
Sin dal suo esordio cinematografico era chiaro quanto nel cinema di David Lynch sogno o realtà fossero strettamente connessi in un indissolubile e incomprensibile legame. Eraserhead è tutto e niente, racconta qualcosa ma non è particolarmente interessato a ciò che vuole dire: strutturato come un vero e proprio viaggio onirico, naviga costantemente dalle parti dell’incubo a occhi aperti, offrendo una serie infinita di immagini terribilmente angoscianti, associazioni continue di strane metafore che accrescono ansie, paure e timori, in un drammatico orrore senza fine.
Nella storia di Henry e dei suoi strani capelli, dell’angusta città che abita, della donna che è costretto a sposare e del figlio “alieno” che è costretto ad accudire, sino a far precipitare tutto nel dramma più nero potremmo vedere qualsiasi cosa: c’è certamente la descrizione dell’ansia sociale che ci costringe a instradare il nostro percorso di vita su binari prestabiliti, nonostante questi, nel loro essere tutti uguali uno all’altro, non facciano altro che consumarci e distruggerci; c’è la paura della paternità, di crescere un figlio senza esserne capaci; ma c’è anche la dimensione divina, con un dio che prova a dirigere le nostre vite senza mai riuscirci davvero.
Ci si può vedere davvero qualsiasi cosa dentro il mondo di David Lynch, ma quello che rimane è l’unico regista al mondo capace di rendere tangibile l’onirico, di aprire una finestra concreta verso una dimensione inafferrabile. Una genialità e un gusto sopraffino per la costruzione dell’immagine scenica ben presente sin da questo iconico e sperimentale esordio cinematografico in bianco e nero.
Sempre bello ricordare David Lynch e il suo incredibile modo di fare il cinema: il solo capace di mostrarci davvero come funzionano i nostri sogni (e i nostri incubi).
#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo #FilmFuoriTempo
after the hunt luca guadagnino (2025)
A emergere con grande forza in After the Hunt sono le interpretazioni delle due protagoniste. Possiamo dire che tutto sembra costruito per mettere al centro le capacità degli attori in campo. E da questo punto di vista il film è inattaccabile, come di grande efficacia è la regia di Guadagnino, bravo a valorizzare volti e fisicità degli attori, a mettere sempre la macchina da presa nel posto giusto e a regalare controcampi e soggettive davvero riuscite quando i confronti si fanno più ritmati e accesi. E After the Hunt è costruito tutto su confronti diretti, faccia a faccia in cui emergono i protagonisti e si sviluppa la storia: si parla dell’ampolloso mondo accademico, di due generazioni di donne a confronto e di un caso di molestie sessuali nel mezzo.
Verità e rivelazioni si faranno strada ma a imperare sarà un’ambiguità di fondo che lascia allo spettatore il libero arbitrio di credere ciò che vuole e di schierarsi dalla parte di chi vuole. La sceneggiatura di Nora Garrett fa di tutto per rendere ogni personaggio detestabile e respingente, per dipingere con profonda negatività e disillusione giovani e adulti e per dar vita a un mondo accademico vuoto, presuntuoso e senz’anima.
E in questo non voler mai prendere le parti di nessuno il focus si perde un po’ per strada, carico com’è di elementi e di dettagli che aggiungono poco o nulla alla storia principale. Così anche quell’ambiguità di fondo, che rappresenta il punto forte della pellicola, finisce per spegnersi e non lasciare spazio a nient’altro se non a un’incompiuta e farraginosa riflessione sui nostri tempi bui.
Nel tentativo di approfondire Guadagnino ho dato un occhio ad una delle sue ultime uscite: After the Hunt è girato con classe, ha un ottimo cast, ma non è riuscito a convincermi fino in fondo...
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pluribus (2025)
Tornare dove si è stati bene è sempre bellissimo e Breaking Bad, per quanto mi riguarda, è ancora oggi l’apice insuperato della serialità televisiva. Dopo quel grande capolavoro di scrittura che è stato Better Call Saul è bello ritrovare quelle stesse vibrazioni e quello stesso modo di fare televisione anche in un’idea totalmente nuova come Pluribus. Vince Gilligan e la sua squadra tornano ad Albuquerque e mettono il loro modo molto peculiare di raccontare storie al servizio di uno strano ibrido tra dramma, commedia e fantascienza. Pluribus è la storia di una “nuova umanità” che, a causa di uno strano virus, si ritrova a diventare parte di un’unica grande mente collettiva e di una donna e uno sparuto manipolo di persone rimaste “normali” per motivi sconosciuti.
La protagonista Carol si ritrova a far parte di questo nuovo mondo con la testa al vecchio, in bilico tra l’accettare questa novità e il cercare in tutti i modi di riportare tutto alla normalità. Il suo carattere spigoloso viene costantemente messo al centro della scena, come riflesso razionale e proiezione dello spettatore: lungo i nove episodi della prima stagione ci vengono raccontati, principalmente dal suo punto di vista, i primi mesi di questa nuova pagina di umanità. Il lavoro di scrittura, come già anticipato, è eccelso, e conferma la rara abilità di Gilligan di concentrarsi su dettagli insignificanti e trasformarli in importanti mattoncini con cui costruire una storia più grande.
Il ritmo, in controtendenza con la tv di oggi, è volutamente lento, concentrato su piccoli gesti, piccole cose, piccoli momenti, racconti che non mostrano nulla ma che racchiudono tutto, dando vita a ottimi personaggi e costruendo in maniera molto precisa le loro scelte. Il resto lo fanno le atmosfere solari del New Mexico, esaltate da una fotografia che rende tutto acceso e luminoso e da una regia meditativa e di gran classe, capace anche lei di concentrarsi sui dettagli, valorizzandoli. L’asticella è già posizionata molto in alto: peccato che per nuove stagioni occorrerà aspettare parecchio tempo, per un modello produttivo troppo dilatato che finirà per danneggiarla.
Pluribus è il gran ritorno di Vince Gilligan, che si rituffa nella sua amata fantascienza non facendo mai venir meno la sua scrittura peculiare e il suo stile. Grande idea, bello sviluppo e prospettive interessanti.
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il mondo senza fine Blain, Jancovici oblomov (2023)
Il libro più venduto in Francia nel 2022 è stato un fumetto. E il fumetto in questione si intitola Il Mondo Senza Fine, disegnato da un autore importantissimo del settore come Christophe Blain, che ha tradotto in nuvole e vignette il pensiero e gli studi dell’esperto di clima Jean-Marc Jancovici. Un successo che non sorprende, vista l’alta considerazione del fumetto in Francia e la fama dello stesso Jancovici tra i lettori d’oltralpe. In Italia l’attenzione è stata certamente minore, ma quello pubblicato e tradotto da Oblomov è un lavoro di importanza capitale, che tratta tematiche molto attuali con semplicità e chiarezza di pensiero, accompagnando testi e spiegazioni con immagini deliziose, colorate e con il giusto mix tra realismo e stile caricaturale.
200 pagine ricchissime guidate da un filo rosso tutto da scoprire che racconta del cambiamento climatico in atto, dell’inquinamento galoppante e di un futuro a tinte fosche dove una trasformazione delle nostre abitudini è necessaria per salvare noi stessi e il pianeta in cui viviamo. Quello tracciato da Jancovici è un percorso da seguire con attenzione ma abbastanza facile da comprendere, chiaro nell’esposizione e nei concetti, ma controverso in alcune delle sue considerazioni e soluzioni: Il Mondo senza fine racconta molto bene il nostro tempo e prova a fornirci tutte le giuste chiavi per decifrare ciò che abbiamo fatto e stiamo facendo al pianeta.
Le ricette proposte possono far discutere, ma non scalfiscono l’importanza e la complessità del ragionamento che vi è costruito intorno, stimolo necessario di riflessione per i tempi che viviamo e per capire meglio cosa abbiamo fatto e cosa ci aspetta. E no, non abbiamo un gran futuro davanti.
In Francia, qualche anno fa, questo fumetto ha avuto un successo clamoroso, diventando il libro più venduto. Il mondo senza fine è un saggio a fumetti unico nel suo genere che parla di cambiamento climatico e futuro. Da leggere.
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monster boy and the cursed kingdom (2018)
Monster Boy è un gioco integralista, nella forma quanto nella sostanza, che non viene mai meno alla sua struttura e ai suoi principi e che chiama il giocatore a impegnarsi sempre e a non prendere mai sotto gamba la sua esperienza. A livello generale siamo dalle parti dei metroidvania, con un grande mondo interconnesso da scoprire passo dopo passo, ma è il gioco stesso a guidare il giocatore nella sua progressione, a prenderlo per mano e portarlo in giro nei “livelli” di questo mondo, aprendo di volta in vola le porte alle zone per lui più adatte. Più che sul senso di scoperta, il gameplay punta su ampie aree a scorrimento orizzontale ricche di nemici fastidiosi e puzzle ambientali da risolvere, chiaramente costruiti sulle nostre crescenti abilità.
Monster Boy fonda tutta la sua esperienza su un protagonista capace di assumere varie forme animali: ognuna ha una o più abilità specifiche, utili per accedere a determinate aree, uccidere nemici o risolvere enigmi. Il maiale ha un fiuto piuttosto sviluppato, il serpente può infilarsi in stretti cunicoli, la rana riesce ad andare sott’acqua, il leone corre velocissimo, il drago può volare; aggiungete a tutto questo una buona presenza di equipaggiamenti, armi e strumenti e avrete tra le mani un prodotto molto più vario e profondo di quanto possa sembrare.
Non lasciatevi ingannare dalla piacevole, colorata e luminosa grafica 2D in stile cartoon: quello di Game Atelier è un videogioco di difficoltà crescente, con una curva di apprendimento che non si attenua mai e che in alcuni passaggi riuscirà davvero a mettervi a dura prova.
Un'estetica cartoon divertente e accogliente per un gioco creativo, divertente e impegnativo. Monster Boy pesca dalla tradizione dei metroidvania e, pur senza inventarsi nulla, regala tutto ciò che gli appassionati del genere possono desiderare.
#VideoGames #VideoGiochi #RecensioniFuoriTempo
xala Ousmane Sembéne (1975)
Sotto l’apparenza di un ricco uomo d’affari senegalese diventato impotente per via di una maledizione si nasconde una riflessione caustica e acuta sull’Africa moderna, dove la tradizione è stata smembrata da anni di sottomissione e la modernità non è altro che il frutto di secoli di colonialismo che non hanno lasciato nient’altro se non povertà e una finta libertà di plastica. Xala racconta proprio questo, di un Senegal che dimentica la sua lingua madre per parlare solo in francese, di uomini d’affari corrotti e senza scrupoli, che si comportano da bianchi, guidano Mercedes, viaggiano con valigette piene di soldi, bevono Coca-Cola e acqua Evian d’importazione.
Ousmane Sembéne racconta queste contraddizioni mostrandoci anche l’altra faccia della medaglia, quella dove i mendicanti, i poveri e i malati vengono allontanati dalle strade perché non fanno bene al turismo e dove sono sempre pochi ad arricchirsi, a discapito di tutti gli altri. Il protagonista El Hadjí è il simbolo di tutto questo e la maledizione che lo colpisce è molto più che una semplice erezione mancata: è stato toccato dall’uomo bianco, dal capitalismo e dalla ricchezza e ha distrutto ciò che lo rendeva davvero umano.
Xala è un film che usa la satira e la commedia come armi principali ma che sa anche andare dritto al punto con i suoi messaggi: El Hadjí ha perso le sue origini e la sua umanità e finirà per perdere tutto quanto, soldi, mogli, beni materiali, dignità. Xala inizia con i venti del cambiamento e uno sfarzoso matrimonio, ma finisce con un uomo nudo coperto di sputi che cerca di lavare via le sue colpe e quella terribile e ineluttabile maledizione che lo ha colpito.
Una cartolina molto significativa del Senegal degli anni '70 e delle ingerenze del colonialismo europeo sulla sua vita e le sue tradizioni. Una satira affilatissima e potente.
#Cinema #FilmFuoriTempo #CineSky #RecensioniFuoriTempo
wake up dead man rian johnson (2025)
Viviamo in un periodo storico in cui il giallo deduttivo la fa da padrone, con una serie praticamente interminabile di progetti più o meno riusciti ma che continuano, in un modo o nell’altro, a catalizzare le attenzioni del pubblico. Così, mentre personalmente questo proliferare di detective brillanti, simpatici e sagaci e questi omicidi impossibili da risolvere hanno iniziato a stancarmi, le produzioni non sembrano volersi fermare. Netflix e Rian Johnson continuano così a portare avanti la saga di Knives Out, con un terzo capitolo che riporta in scena Daniel Craig e il suo Benoit Blanc e il solito cast corale di belle facce e volti conosciuti.
Questa volta si parla di religione e “faccende di preti”, di fede e di fanatismo, di Gesù Cristo e risurrezione, per un film che forse sarebbe stato più adatto al periodo pasquale. Abbandonate le velleità tecnologiche, le complessità e le follie del secondo capitolo, questo film riporta il tutto su binari più consoni, su una struttura gialla più convenzionale e su una semplicità che riesce a donare credibilità anche a una storia piuttosto assurda. Il detective viene volutamente messo in secondo piano, diventando spalla del giovane prete protagonista che, con la sua voglia di redenzione, diventa il nostro privilegiato punto di vista.
La luce che cambia in continuazione, rendendo il film luminoso e tenebroso a seconda delle esigenze e Wake Up Dead Man è tutto giocato sulla dicotomia tra fede e scetticismo, lasciando che a trionfare, seppur non su tutta la linea, sia sempre e comunque la ragione. E alla fine di tutto l’impalcatura regge bene il colpo e funziona, costruita con coerenza e attenzione. Un film di mestiere, brillante e intrattenente: risultato non scontato per una serie arrivata al terzo capitolo.
Il terzo capitolo di Knives Out è un giallo valido, ben girato e ben scritto. Non un capolavoro ma un film da piattaforma streaming di qualità. E non è una cosa scontata.
#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo
only murders in the building stagione 5 (2025)
Potenzialmente Only Murders in the Building potrebbe andare avanti all’infinito e riuscirebbe ad essere comunque sempre brillante e divertente, capace come pochi di non prendersi mai troppo sul serio, ma ben consapevole dei suoi punti di forza e del suo essere diventato ormai un classico dello streaming e uno dei pochi prodotti veramente di punta di Disney Plus. Merito dell’alchimia mai immutata tra i tre protagonisti, di un cast corale sempre presente - seppur sempre più spesso sacrificato - e di star internazionali che fanno capolino e arricchiscono ogni stagione - seppur in modo sempre meno efficace e sorprendente.
Come da tradizione l’ultimo episodio della quinta stagione ci prepara così all’arrivo della sesta ma i segni di uno schema che tende ormai a ripetersi sempre uguale iniziano a far sentire il loro peso. Sembra che la formula sia ritenuta talmente efficace da ridurre al minimo le variazioni sul tema: e sono proprio queste “variazioni sul tema” a sancire la riuscita della stagione: l’omicidio da risolvere e i personaggi (e il contesto) ad esso collegati in questa stagione funzionano? A tratti.
Il punto di partenza è come sempre interessante ma è lo sviluppo a scricchiolare un po’ con elementi e rivelazioni assurde e quasi dettate dal caso. Only Murders continua a suo modo ad essere godibile, grazie al tono leggero e alla durata limitata ma lo spirito e l’originalità degli esordi, la metanarrazione capace di unire podcast e realtà e la voglia di sperimentare con i linguaggi e i punti di vista sono ormai un ricordo lontano.
Si, tutto sommato Only Murders in the Building continua ad essere carino e divertente, ma inizio a sentire un fortissimo odore di ripetitività. Uno schema sempre uguale che inizia a far fatica.
#SerieTV #Streaming #RecensioniFuoriTempo
avila radice,turconi bao publishing (2025)
Teresa Radice e Stefano Turconi sono, da tanti anni a questa parte, una delle realtà che più apprezzo del fumetto italiano. La profondità delle storie che sviluppano, la quantità spropositata di riferimenti artistici e letterari di cui tracimano le loro opere e, non per ultima, la bellezza dei disegni, dei colori e delle tavole dei loro fumetti, sono solo tre dei motivi che hanno reso imperdibili tutte le loro uscite. Avila non è da meno e sarebbe inutile fare l’elenco di tutto ciò che lo rende un bel fumetto: vi basti sapere che si parla dell’indissolubile forza del legame materno, che supera le generazioni e i confini, ma anche di magia, stregoneria e femminilità.
Il tutto ambientato nella Francia del 1600, tra campagne, città, scorci indimenticabili e colori - incredibili - che cambiano con il passare delle stagioni. Faust si unisce a una sognante magia dal sapore disneyano, dove ci sono le streghe ma anche gli animali del bosco, i cacciatori e i cardinali, le suore, Molière, Richelieu, dove fede e scienza riescono a convivere e anche i finali apparentemente più scontati riescono a regalare più di una sorpresa.
Si, alla fine una specie di elenco l’ho fatto lo stesso, ma Avila è un fumetto che regala una quantità praticamente infinita di spunti e sensazioni. Tutto con un dono della sentisi e della gestione della storia davvero magistrale: scorre via che è un piacere, dura ciò che deve durare ed è lungo il giusto numero di pagine. Un grande fumetto in cui perdersi, l’ennesimo di una coppia che, speriamo, non smetta mai di condurci nei loro mondi fantastici, sempre in bilico tra sogno e realtà.
Radice e Turconi sono un duo che adoro: sanno raccontare belle storie, condendole con disegni e colori di rara bellezza. Avila conferma tutto questo: lettura piacevole, toccante, affascinante.
#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo
Un nuovo pezzo della newsletter settimanale é arrivato. E si parla anche di Oscar.
sholay Ramesh Sippy (1975)
Non fatevi ingannare dalle apparenze: i film di Bollywood, seppur nel loro essere profondamente derivativi e interconnessi al cinema occidentale, hanno sempre qualcosa in più da raccontare. Le loro non sono semplici parodie a buon mercato di cose che a Hollywood fanno decisamente meglio, ma un curioso mix di generi, sensazioni ed elementi capace, nei suoi momenti migliori, di regalare ottimo intrattenimento. E Sholay è certamente uno dei più fulgidi esempi di tutto questo: il punto di partenza è certamente il western “alla Sergio Leone”: due banditi vengono assoldati da un poliziotto in pensione voglioso di vendetta; loro compito sarà trovare e catturare un terribile fuorilegge con cui il suddetto uomo di legge ha un importante conto in sospeso.
Il film fu un successo clamoroso per l’epoca, un blockbuster capace di tenere viva su di se l’attenzione per tanti anni: merito di una qualità realizzativa assoluta, di un’ottima regia e di sparatorie, inseguimenti a cavallo ed esplosioni di ottimo livello. La lezione americana è qui trasposta in maniera perfetta, sia nelle atmosfere che nella tensione drammatica, ma a rendere quello di Ramesh Sippy un prodotto unico nel suo genere è il modo in cui tutto questo viene mescolato a tanto altro. Sholay, infatti, si inserisce nella tradizione tutta indiana dei “masala film” un curioso mix di generi diversi apparentemente inconciliabili tra loro ma capaci, quando ben pensati, di convivere insieme con grande efficacia.
Qui la cura nel dettaglio è assoluta e capace di lasciare spazio, senza soluzione di continuità, ad azione, dramma, romanticismo, commedia demenziale, musical e melodramma. Ed è incredibile come il tutto non risulti mai fuori luogo ma perfettamente calibrato in un meccanismo che ha bisogno di tutte le sue componenti per funzionare. Non lasciatevi ingannare dall’aspetto improbabile dei protagonisti, da una recitazione ben lontana dal nostro sentire e da balletti e canzoni: Sholay, alla fine della fiera, è davvero un ottimo film.
In Sholay sembrano esserci almeno 100 film in uno, tanti sono i generi e le suggestioni che contiene. Un mix assolutamente folle che funziona in modo sorprendente. Sa divertire e intrattenere: dategli una chance.
#Cinema #CineSky #FilmFuoriTempo #RecensioniFuoriTempo
norimberga James Vanderbilt (2025)
Norimberga ha due grandi meriti: il primo, che dovrebbe essere la base di ogni film “storico”, è quello di ricostruire molto bene ciò che vuole raccontare, attenendosi ai fatti a rendendoli piacevoli da vivere per lo spettatore; il secondo, per nulla scontato, è riuscire a parlare del presente pur raccontando di eventi passati, dando al pubblico la possibilità di riconoscersi in ciò che viene mostrato. E Norimberga, nel suo ricostruire il famoso processo ai gerarchi nazisti, riesce con efficacia a parlare dei nostri tempi e della terribile deriva sociale che ci circonda: ci dice che quanto successo durante la seconda guerra mondiale è drammaticamente destinato a ripetersi se non capiamo che il male non è un’eccezione ma una normalità che può annidarsi ovunque.
Troppo presto ci siamo dimenticati ciò che è successo, troppo presto abbiamo dato per scontato che non si sarebbe più ripetuto, troppo presto ci siamo girati dall’altra parte senza capire che quella violenza e quella crudeltà non ci hanno mai abbandonato. Norimberga ci ricorda tutto questo e lo fa con un finale amaro e commuovente, ciliegina sulla torta di un film scritto per catturare l’attenzione, con un ottimo equilibrio capace di far sentire il peso degli eventi senza mai annoiare.
A stonare, alla fine, solo qualche elemento superfluo di troppo, piccole divagazioni di sceneggiatura e sotto-trame che non aggiungono nulla al film. Di alto livello sono invece le interpretazioni di Rami Malek e Russell Crowe; ottimo e intelligente l’uso dell’arma dell’empatia, la sola capace di farci comprendere con efficacia quanto i nazisti, alla fine, siano stati certamente uomini cattivi, ma pur sempre uomini. Sono stati loro, ma potevamo essere noi, potevamo essere tutti.
Norimberga ha tutto quello che si può desiderare da un film storico: regia puntuale, ottimi attori, storia avvincente e agganci al presente non scontati e mai banali. Da vedere.
#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo
Eh si purtroppo a me quel click non è scattato nemmeno con la seconda stagione. E un po' mi è dispiaciuto perché riconosco che è curata nel dettaglio e fatta piuttosto bene.. Però credo proprio non andrò avanti con i nuovi episodi quando arriveranno..
il monologo della speziale stagioni 1-2 (2023-2025)
Quella della Speziale è una storia particolarmente complessa, ricca di intrighi, personaggi, dettagli, piccoli elementi apparentemente insignificanti ma in realtà importantissimi per il proseguo della vicenda. Trasformare questa lunga e intricata serie di light novel in un anime era impresa piuttosto ardua, ma il risultato finale lascia trasparire cura nel dettaglio e un’ottima caratterizzazione di tutti i personaggi principali. Il problema principale, per me, è nel tono della storia e nella sua staticità, con la complessità latente del racconto e l’intreccio che necessitano di continui e lunghissimi “spiegoni”, i famosi monologhi che danno il titolo all’opera: personaggi che si fermano a discutere o a riflettere svelandoci cosa è successo o spiegandoci cosa sta succedendo.
L’anima delle storie della Speziale nella corte dell’imperatore cinese è profondamente procedurale e deduttiva, ispirata ai gialli alla “Detective Conan”, per rimanere in tema di animazione giapponese; anche la struttura, con i “casi di puntata”, ricalca questo tipo di racconto. Ma se di solito queste storie privilegiano una natura autoconclusiva, mentre sullo sfondo si sviluppa una storia più grande, Il Monologo della Speziale ha una struttura fortemente interconnessa, dove ogni cosa serve per costruirne o spiegarne un’altra, in una matrioska di scatole cinesi davvero profonda.
Per seguire questa serie e capirci davvero qualcosa non serve solo un’altissima soglia dell’attenzione, ma anche una profonda passione per ciò che viene raccontato e per i personaggi: senza un certo trasporto questa storia vi sembrerà solo un susseguirsi di dettagli insignificanti sul nulla in attesa che succeda qualcosa di importante. Una serie che deve insomma fare un click nella vostra testa, catturarvi: se lo farà non ve ne staccherete più e avrete gran voglia di costruire con la serie un grande mosaico; se non lo farà vi sembrerà quasi sempre inutilmente prolissa e particolarmente lenta.
Capisco molto bene perché Il Monologo della Speziale piaccia così tanto ma queste prime stagioni mi sono bastate per capire che questo anime non fa per me.
#Anime #RecensioniFuoriTempo