I Tamerici sono i più diffusi alberi da spiaggia o da lungomare
Un esemplare fiorito di Tamarix gallica fa da quinta ai resti della Villa matutiana, d’epoca imperiale, che sorge alla Foce di Sanremo. Foto e didascalia di Alfredo Moreschi
Far crescere una barriera verde a pochi metri dalla battigia sarebbe, per i giardinieri paesaggisti, un’impresa veramente difficile se non esistessero i Myoporum, il Ricinus communis o i provvidenziali Tamerici; si mostrerebbe, infatti, una pia illusione ricorrere alle usuali specie sfruttate nei giardini per realizzare negli immediati pressi del mare viali, sentieri, percorsi ombreggiati; è uno specifico ambiente nel quale il pulviscolo salmastro si deposita rendendo la vita facile unicamente a vegetali altamente specializzati al proposito. Le due specie di Tamarix presenti in Liguria risolvono questo problema in tutto il bacino del Mediterraneo e persino su molte coste dell’Europa di nord-ovest, vegetando agevolmente in una fascia di terreno nella quale la maggior parte delle altre specie ornamentali getta la spugna. Per questi motivi i Tamerici sono i più diffusi alberi da spiaggia o da lungomare con la loro vegetazione ricca e decorativa a forma di grande cespuglio o di albero di medie dimensioni quando avanza negli anni. Il periodo di fioritura, anche se relativamente breve, è uno dei primi scenografici ornamenti primaverili dei litorali, con il rosa carico delle infiorescenze prodotte dal Tamarix gallica alternata alla bianca nevicata offerta dai racemi del Tamarix africana. Lo spettacolo è veramente notevole perché i rami, ancora spogli nell’abito invernale, cominciano a tingersi di glauco per mutarsi lentamente in una nuvola rosa o bianca, progressivamente più intensa, fino a sembrare una grande palla colorata. Con l’inizio della stagione più calda, le foglie percorrono tutte le sfumature del verde per arrivare ai toni più intensi verso l’autunno, quando trascolorano verso il giallo cupo; l’ultima parata cromatica dell’annata prima della definitiva caduta delle minuscole lamine. Gli insetti provocano talvolta la nascita di numerose galle sui Tamerici; escrescenze con alto contenuto di tannino, sfruttate per la produzione di medicinali. Il legno tenace e resistente viene usato per costruire robusti gioghi per buoi. Molto diffuso è l’utilizzo orticolo dovuto alla sopradescritta facilità di crescere su terreni salmastri ed alla capacità delle sue piccolissime foglie di resistere ai venti marini di salsedine ed all’effetto prosciugante del sale. Per l’aneddotica parareligiosa e secondo una leggenda siciliana, l’ennesima pianta alla quale si sarebbe impiccato Giuda sarebbe un Tamarix africana; sino alla data del tragico evento albero possente e ramificato, ma ridotto alle attuali dimensioni di arboscello dalla maledizione divina. Ma non è tutto, perchè sembra che l’anima inquieta dell’Iscariota continui a vagare nei dintorni.
Il nome botanico deriva dalla lingua ebraica nella quale “tamaris”, significa letteralmente scopa, perché un tempo i suoi rami flessibili, stretti in una fascina, si adoperavano per la pulizia del pavimento. Nonostante la non eccelsa statura e la diffusione limitata agli ambienti solari dei litorali le Tamerici erano considerati piante permeate da misteriosi legame con il trascendente, tanto che la Tamarix orientalis era considerata l’Albero di Osiride e la Tamarix gallica era una delle tante essenze vegetali consacrate ad Apollo. Nell’iconografia statuaria greca, fra le braccia del Dio del sole, non mancava mai un ramo di Tamerice. I celebri i maghi persiani si aiutavano, nella scoperta del futuro, agitandone un ramoscello nella mano. Anche Plinio riferisce che i sacerdoti egizi se ne coronavano il capo in segno propiziatorio. Abramo stesso era solito piantare un albero di Tamerice, invocando il nome del Signore ad ogni fausta evenienza, forse per ricordare quanto sostiene una leggenda ebraica a proposito della celebre manna salvatrice del Popolo di Israele sperduto ed affamato nel deserto. Infatti, una specie propria dei luoghi aridi mediorientali, la Tamarix mannifera quando viene punta da un insetto produce una specie di resina, che si disidrata rapidamente; ancora oggi i beduini la raccolgono al piede delle piante quale sostitutivo del miele o dello zucchero. Questa secrezione, seccata e frantumata in piccole squame giallastre dal tempo, viene a volte sollevata dalle raffiche di vento più impetuose formando vortici che quando ricadono possono simulare una pioggia celeste.
Per Plinio le Tamerici dovevano avere grande importanza perché dedica loro un passo veramente imponente del suo libro XXIV° quando scrive: “Pompeo Leneo (uno schiavo greco liberato da Pompeo ed incaricato di tradurre il trattato di Mitridate sugli antidoti vegetali contro i veleni) chiama Tamerice la Mirice (Myricaria germanica), pianta che assomiglia alla scopa di Amelia, e dice che, bollita in vino, pestata con miele ed impiastrata, guarisce le piaghe cancerose. Alcuni ritengono che la Mirice e la Tamerice siano la stessa pianta, dotata di un’efficacia eccezionale per la milza, se il succo, una volta spremuto, viene assunto in pozione con vino; ed attribuiscono ad essa un’antipatia tanto sorprendentemente specifica nei riguardi di questo solo organo delle viscere, che secondo loro risulterebbero privi di milza i maiali che bevono ad abbeveratoi fabbricati con il suo legno. Per lo stesso motivo suggeriscono di dare da bere e da mangiare anche ai malati alla milza in contenitori fatti di Tamerice.Inoltre un’autorità serissima nel campo della medicina ha affermato che un ramo staccato da questa pianta, sempre che non sia venuto in contatto né con la terra né con ferro, placherebbe i dolori intestinali se collocata sulla pelle in modo da essere tenuta aderente dalla veste e dalla cintura. Come abbiamo ricordato, la sua definizione popolare suona “albero infelice” perché non produce frutto alcuno e quindi non la si semina mai. A Corinto e nella Grecia circostante, la Tamerice viene chiamata Brya e si distingue in due specie: una selvatica, che è del tutto sterile, ed una coltivata. Questa seconda in Egitto ed in Siria produce anche, ed in abbondanza, un frutto legnoso più grande di una galla ed asprigno al gusto, impiegato in luogo della galla nei preparati medicinali noti con il nome di Anthera.
Dello stesso uso sono passibili il legno, i fiori, le foglie e la corteccia, anche se il loro effetto è più blando. La poltiglia della corteccia viene somministrata nelle mestruazioni eccessive delle donne, nonché ai malati intolleranti al glutine. Pestata ed impiastrata, questa stessa corteccia arresta l’evoluzione di ogni tipo di ascesso. Sono tutte applicazioni per cui si può impiegare anche il succo che si ottiene dalle foglie, bollito in vino: decotto che poi a sua volta viene anche impiastrato con miele sulle cancrene. Il decotto di foglie in pozione con vino, in impiastro con olio di Rosa e cera sono sedative, ed in questa forma guariscono anche le pustole notturne. Il decotto invece è salutare per il mal di denti e di orecchie. Analoghi effetti ha la radice sulle stesse malattie; in più per le foglie addizionate a farinata d’Orzo vengono impiastrate sulle ulcere serpiginose. La pozione di una dracma di semente combatte i morsi del falangio e dei ragni in generale, ed ancora i semi vengono applicati con grasso di pollo sui foruncoli e sono efficaci contro i morsi dei serpenti, eccettuati gli aspidi. Infuso, il loro decotto serve inoltre contro l’itterizia, i pidocchi, ed arresta le mestruazioni sovrabbondanti. La cenere dell’intera pianta giova agli stessi effetti; dicono poi che, assunta in pozione o nel cibo assieme ad orina di bue, faccia cessare l’attività sessuale. Il carbone che si ricava dalla combustione di quest’albero, se spento con la medesima orina e collocato all’ombra, lo si può riaccendere quando si vuole”.
Anche oggi, sovente, i Tamerici sono scambiati per la Myricaria germanica e viceversa. E’ una situazione che si ripete, anche nei battesimi popolari italiani, almeno da quando Omero coniò questo battesimo proprio per riconoscere un Tamericio, perché i due generi hanno molti caratteri in comune differenziandosi unicamente per il numero degli stami (cinque e liberi fra loro nei primi ed il doppio, ma saldati alla base per la seconda). Il genere Myricaria è formato da quattro specie il cui interesse per l’uomo è unicamente limitato allo sfruttamento orticolo come piante da siepe.
Myricaria germanica Desv. (IV- VI. Nasce nei greti sino ai 2000m). E’ un cespuglio o piccolo albero a fusto arrossato, alto sino a 3 metri, con rami flessibili sparsi, coperti da foglie lanceolato lineari ed ottuse, glauche strettamente appressate le une alle altre, piane al di sopra ma convesse inferiormente. I fiori, in genere, in racemi di spighe terminali lasse, a brattee lanceolate, hanno petali bianco rosati, 3 stili e 10 stami , la metà più lunghi. La capsula è piramidale.
Tamarix africana Poiret (IV- VI. Nasce sulle dune marittime sino agli 800m). E’ un cespuglio o piccolo albero a corteccia scura, alto sino a 5 metri, con rami flessibili sparsi, coperti da foglie minute con il bordo trasparente sessili, semiabbraccianti. I fiori, in genere bianchi, in grappoli di spighe bratteate, hanno petali ovati, tre stili e stami inclusi nella corolla. La capsula è lunga tre volte il calice.
Tamarix gallica L. (IV- VI. Nasce sulle dune marittime e nei greti sino ai 800m). E’ un cespuglio o piccolo albero a corteccia scura, alto sino a 5 metri, con rami flessibili sparsi, coperti da foglie squamiformi, carnose, minute, acute, imbricate sessili, semiabbraccianti. I fiori, in genere rosei, in spighe gracili racemose bratteate, hanno petali oblunghi, tre stili e stami sporgenti dalla corolla La capsula piramidale è lunga cinque volte il calice.
**Come raccoglierli e coltivarli.**
Chiunque abbia un giardino nei pressi del mare avrà già sicuramente alcuni esemplari di Tamerici perfettamente ambientati. Se ciò non fosse non esiste pianta di maggior facilità, perché raramente le talee autunnali, piantate in sabbia e sorvegliate per i primi due mesi non siano pronte l’anno successivo per essere messe a dimora. Trovare i Tamerici non è assolutamente difficile data la loro diffusione capillare sulle nostre coste, magari in versione migliorata per selezione dagli orticoltori. Basta concimarle un paio di volte all’anno e portarle solo sulle parti secche, a meno che non le si voglia contenere a siepe bassa.
**Alfredo Moreschi** , _I Tamerici_ , Nuovo “Fiori di Liguria” (in ricordo del Professor Giacomo Nicolini), ed. in pr., 2020
Tra le pubblicazioni di Alfredo Moreschi: Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Tre fotografie, lepómene editore, Sanremo, aprile 2024; (a cura di) Alfredo Moreschi, Marco Innocenti, Quaderno del circolo lepómene, Sanremo, 2021; Alfredo Moreschi, Parco Costiero della Riviera dei Fiori. Fiori e piante della pista ciclopedonale, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2019; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Manuale di depunteggiatura, editore lepómene, Sanremo, ottobre 2018; articoli in (a cura di) Letizia Lodi, Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento, Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Quattro progetti per la città di Sanremo, Casabianca editore, Sanremo, giugno 2014; (a cura di) Alfredo Moreschi e Claudio Porchia, Il mondo verde celtico, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2011; (a cura di) Alfredo Moreschi in collaborazione con Marco Innocenti e Loretta Marchi, Catalogo della mostra fotografica. 1905-2005: Centenario del Casinò Municipale di Sanremo. Una storia per immagini, De Ferrari, Genova, 2007; Giacomo Nicolini – Alfredo Moreschi, Fiori di Liguria, (a cura di) Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, Edizione SIAG – Genova, 1982.
**Adriano Maini**
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